La lingua siciliana[4] (nome nativo sicilianu) è un idioma appartenente alla famiglia indoeuropea ed è costituito dall’insieme dei dialetti italo-romanzi parlati in Sicilia[5], maggiore isola e regione italiana, e in parte della Calabria.
Il siciliano non è una lingua che deriva dall’italiano, ma direttamente dal latino volgare, e costituì la prima lingua letteraria italiana, già nella prima metà del XIII secolo, nell’ambito della Scuola siciliana.
Il siciliano nelle sue varietà è correntemente parlato da circa 5 milioni di persone in Sicilia, oltre che da un numero imprecisato di persone emigrate o discendenti da emigrati delle aree geografiche dove il siciliano è madrelingua, in particolare quelle trasferitesi nel corso dei secoli passati negli USA (dove addirittura si è formato il Siculish), in Canada, in Australia, in Argentina, in Uruguay, in Venezuela, in Belgio, in Germania e nella Francia meridionale.
La ricchezza di influenze della lingua siciliana (greco, latino, arabo, francese, provenzale, tedesco, catalano, castigliano e italiano) deriva dalla posizione geografica dell’isola, centrale nel Mar Mediterraneo, visitata durante i millenni da molte delle popolazioni dai cui idiomi ha ereditato il vocabolario e le forme grammaticali.
Successivamente le coste dell’isola furono occupate da fenici, fondatori di tre empori (fra X ed VIII secolo a.C.), e soprattutto dai greci (dall’VIII secolo a.C.). Élimi, Sicani e Siculi si ritirarono all’interno dell’isola, conservando lingua e tradizioni. Sulle tre colonie fenicie della costa occidentale (Palermo, Mozia e Solunto), si parlava la lingua punica. Su quelle orientali e meridionali, si diffuse invece il greco. Quest’ultima lingua per secoli fu quella della cultura dell’isola, anche dopo la conquista da parte dei romani nel III secolo a.C
Prima della colonizzazione greca e delle penetrazioni commerciali fenicie, la Sicilia era occupata Tre popoli: Sicani, Elimi e Siculi (fra il secondo e il primo millennio a.C.).
L’arrivo del latino intaccò fortemente l’identità linguistica siciliana. Il punico si estinse nel primo periodo dell’Impero romano, le parlate indigene andarono poco a poco scomparendo, il greco sopravvisse ma fu prevalentemente la lingua delle classi povere della città. I ceti urbani più ricchi e la popolazione delle campagne adottarono invece la lingua latina.
L’influenza dell’arabo nella lingua siciliana
La Sicilia venne conquistata progressivamente dai potentati arabi dell’Africa del nord dalla metà del IX secolo alla metà del X secolo d. C. Durante il periodo di governo dell’Emirato la Sicilia poté godere di un periodo di continua prosperità economica e di una viva vita culturale e intellettuale. L’influenza araba si trova in circa 300 parole, la maggior parte delle quali si riferiscono all’agricoltura e alle attività relative. Ciò è comprensibile perché gli arabi introdussero in Sicilia un sistema di irrigazione moderno e nuove specie di piante agricole, che rimangono tutt’oggi endemiche nell’isola.
Alcune parole di origine araba presenti nel siciliano attuale:
- bagghiu – cortile (da bahah oppure dal tardo latino ballium, cortile circondato da alti edifici o muri)
- balata – pietra o balaustra; est. tomba (da balat, pietra, cfr. maltese blata)
- burnia o brunìa – giara (da burniya; latino hirnea)
- capu-rrais – capo, capobanda (da raʾīs, capo)
- cafìsu – misura per l’acqua e, soprattutto, per l’olio (da qafīz)
- carrubba – frutto del carrubo (da harrub cfr. castigl. algarroba)
- cassata – torta siciliana con ricotta (da qashata; latino caseata, qualcosa fatto di formaggio; castigliano quesada o quesadilla)
- dammusu – soffitto (da dammūs, cavità, caverna)
- favara – sorgente d’acqua (da fawwara)
- jarrùsu – giovane effeminato (da ʿarùsa, sposa)
- gebbia – vasca di conservazione dell’acqua utilizzata per l’irrigazione (da jabh, cisterna)
- giuggiulena – seme di sesamo (da giulgiulan)
- giurana – rana (da jrhanat)
- limmìccu – moccio (da al-ambiq)
- maìdda – recipiente in legno usato per impastare la farina (da màida, mensa, tavola)
- mischinu – poverino (dall’arabo miskīn e ancora prima dall’accadico muškēnum “mendicante”)
- noria – ruota idraulica (dall’arabo n’r, vociare, zampillare)
- saia – canale (da sāqiya, irrigatrice, cfr. castigliano acequia)
- sciàbaca o sciabachèju – rete da pesca (da sabaka)
- taliàri – guardare, osservare (da ṭalaʿa´; castigliano atalaya, torre, altura, e atalayar, registrare il campo da una torre o altura, osservare, spiare; dall’arabo ispanico attaláya’)
- tannùra – cucina in muratura (da tannūr, forno)
- tùmminu – tumolo (misura agraria) (da tumn)
- vaddara – ernia (da adara)
- zabbara – agave (da sabbara)
- zaffarana – zafferano (da zaʿfarān, che è dal persiano; castigliano azafrán, dall’arabo ispanico azza´farán)
- zagara – fiore dell’arancio (da zahra, fiore; castigliano azahar, dall’arabo ispanico azzahár)
- zaccànu – recinto per le bestie (da sakan)
- zammù – anice (da zammut)
- zibbibbu – tipo di uva a grossi chicchi (da zabīb, uva passita)
- zìrru – recipiente (da zir)
- zuccu – tronco dell’albero (da sūq; aragonese soccu e castigliano zoquete)
